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LO STRESS GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO
[18/08/2014]

Lo stress è definito, dal punto di vista scientifico, come “la risposta fisiologica dell’organismo ad una minaccia ambientale”: in caso di improvviso ed imminente pericolo si verificano nel nostro organismo i fenomeni tipici delle condizioni di stress acuto: scarica di adrenalina con aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa e della respirazione; aumento del flusso sanguigno nei muscoli e vasocostrizione periferica (causa a sua volta della “pelle d’oca” e dell’ orripilazione, cioè il rizzarsi di peli e capelli); relativa insensibilità al dolore (per cui, ad esempio, ci si può accorgere solo dopo lo scampato pericolo di essersi feriti). Il tutto finalizzato a metterci in condizioni di reagire alla minaccia, ovvero di salvarci mediante la fuga.
Lo stress in sé, pertanto, non solo non è un fenomeno negativo ma, al contrario, è finalizzato a salvarci la vita, migliorando drammaticamente ed istantaneamente le nostre prestazioni fisiche.
Anche senza pensare ad eventi tragici (aggressioni, conflitti) consideriamo una competizione sportiva individuale, ad esempio una gara sui 100 metri piani alle Olimpiadi: l’atleta, che si è allenato per anni, deve arrivare al momento della partenza con la giusta dose di stress, di energia accumulata, che scaricherà interamente in pochi secondi, quanto durerà la gara. Gli allenatori, i preparatori atletici, la famiglia e gli amici, ancora pochi secondi prima della partenza lo inciteranno ad avere la “giusta carica”. Giusta: perché, preparazione fisica a parte, se ce n’è poca l’atleta potrebbe partire con un attimo di ritardo compromettendo in tal modo la gara; se ce n’è troppa potrebbe invece incorrere in false partenze ed essere squalificato.
Quanto detto per l’atleta in competizione individuale vale anche per il gioco di squadra: l’allenatore prima dell’inizio della partita, nello spogliatoio, “stressa” i giocatori affinché entrino in campo con la “giusta carica” per affrontare la partita. Il pericolo, nel nostro caso la possibilità di un risultato negativo, può infatti essere rappresentato da un livello di stress troppo basso (scarsa motivazione in una squadra che ha già raggiunto i suoi obiettivi; sottovalutazione di un avversario che, invece, ce la metterà tutta per evitare la retrocessione) ma anche da un livello troppo elevato (eccessivo timore dell’avversario, “sindrome da prestazione” in chi entra in campo per la prima volta, timore di una tifoseria ostile, ecc.). In alcuni sport la fase di “eccitazione pre-partita” assume livelli addirittura spettacolari, come nel rituale “Haka” degli All Blacks neozelandesi.
Ma terminata la gara o la partita, comunque sia andata, il centometrista, i calciatori e gli All Blacks si riposeranno per un adeguato tempo, allo scopo di recuperare le energie e ritornare ai livelli di preparazione fisica e psicologica idonei ad affrontare nuove competizioni: giocare una nuova partita o partecipare ad una nuova gara appena terminata la precedente sarebbe infatti disastroso sia in termini di risultato che di salute fisica e psicologica.
Lo stress quindi, in sé, è cosa buona, a condizione che il livello sia “giusto al momento giusto”, e che a periodi di stress “giustamente elevato” corrispondano altrettanti ed adeguati periodi di recupero. Se ciò non accade, se cioè lo stress è a livelli troppo bassi o addirittura è assente, ovvero i livelli sono troppo elevati rispetto alle necessità, o sono “giustamente elevati” ma si pretende di mantenerli tali troppo a lungo senza adeguati periodi di recupero, ne risentiranno sia il risultato che le condizioni di salute dell’atleta o del giocatore che, nel tempo, potrebbe sviluppare patologie “da stress”: depressione (stress basso o assente, nessuna motivazione, risultati deludenti rispetto alle aspettative), nevrosi, cardiopatie, neuropatie, malattie dell’apparato digerente, squilibri endocrini, esaurimento psicofisico, allergie (stress troppo elevato e/o troppo prolungato nel tempo).
Ebbene, ciò che vale per il singolo atleta o per una squadra, vale anche per il lavoratore singolarmente inteso, e per i lavoratori di una azienda come gruppo.
Un’azienda senza obiettivi, che non fornisce motivazioni, che non sa “caricare” nel modo giusto i propri lavoratori (inclusi i quadri e i dirigenti) se impresa privata è destinata inevitabilmente al fallimento, ed i lavoratori, nel tempo, potrebbero sviluppare tipiche patologie da “demotivazione”; per non parlare di ciò che accadrà al momento dell’eventuale definitiva chiusura. Se azienda pubblica, la situazione cambia solo relativamente al posto di lavoro, che generalmente viene conservato (il che, negli ultimi tempi, non è più così certo); la salute dei lavoratori potrebbe tuttavia essere ugualmente in pericolo: il fenomeno del “burn out” nei settori di cura pubblici (ma anche privati) può essere conseguenza del “clima” aziendale, cui possono aggiungersi la consapevolezza di non svolgere un lavoro socialmente utile o adeguatamente valorizzato, i conflitti con l’utenza, il “discredito sociale” ecc. Al contrario, quando i livelli di stress sono troppo elevati e/o troppo duraturi, quando tutto è sempre urgente, quando non sono chiari gli obiettivi e i ruoli di comando e i lavoratori ricevono indicazioni contraddittorie, quando comunque non vi sono adeguati momenti di recupero, si manifesteranno in una quota crescente di lavoratori i disturbi e le patologie conseguenti: nervose, cardiovascolari, gastrointestinali, psicosomatiche, allergiche, muscolo scheletriche, anche in relazione allo specifico settore operativo.
Esistono situazioni in cui i “picchi di stress” sono prevedibili: in uno studio di commercialisti la scadenza della dichiarazione dei redditi costituisce un momento di “picco”; nelle scuole, l’inizio dell’anno scolastico e la fine (con gli esami di maturità per le scuole superiori) rappresentano momenti critici per il corpo docente (oltreché, naturalmente, per gli studenti!); nelle lavorazioni stagionali, ad esempio nella produzione della salsa di pomodoro, il picco è circoscritto a precisi periodi temporali (luglio-settembre) in cui gli impianti e gli uffici chiave (personale, produzione, controllo qualità, ricevimento, spedizione, sicurezza) funzionano a pieno regime nelle 24 ore.
In altri settori, invece, non è possibile prevedere in anticipo i “picchi” di attività: un improvviso e massiccio ordine per una azienda manifatturiera rappresenta indubbiamente una notizia positiva, che tuttavia può costringere dover adottare estemporaneamente soluzioni organizzative complesse, possibili fonti di imprevista e significativa elevazione dei livelli di stress. Se questo accade una volta sola, o sporadicamente, la maggior parte dei lavoratori sarà in grado di affrontare adeguatamente il carico di stress. Ma se questa è la regola, se cioè la produzione è soggetta, per sua natura o per le vicende economiche di mercato, ad ampie e improvvise fluttuazioni, è importante sapere se i lavoratori sono in grado di affrontare adeguatamente i picchi improvvisi: se posseggono, cioè, elevate “capacità di fronteggiamento (“coping abilities”), capacità che si acquisiscono e si potenziano con specifiche iniziative di training. Anche nel settore pubblico possiamo trovarci di fronte a queste situazioni: si pensi, ad esempio, al pronto soccorso di un ospedale, ai vigili del fuoco, alle forze dell’ordine, ecc.
E’ quindi cruciale anche relativamente allo stress lavoro correlato, al pari di tutti gli altri fattori di rischio, effettuare una corretta valutazione dei rischi che permetta di conoscere i livelli di rischio presenti in condizioni ordinarie e nelle prevedibili condizioni straordinarie, nonché le capacità di fronteggiamento dei lavoratori rispetto a picchi improvvisi di stress.
E’ importante tenere sempre presente che la valutazione dei rischi, anche nel caso dello stress lavoro correlato, valuta il rischio e non il danno: come la valutazione del rischio da rumore valuta i livelli di rumore nell’ambiente (e non la presenza di danni dell’udito nei singoli lavoratori) la valutazione del rischio da stress lavoro correlato valuta i livelli di stress cui possono essere esposti i lavoratori, non la presenza eventuale di patologie nei singoli lavoratori. La valutazione dello stato di salute di lavoratori, anche relativamente alla esposizione al rischi da stress lavoro correlato, è effettuata dal medico competente nell’ambito della sorveglianza sanitaria.
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La riproduzione del presente articolo è libera purché siano citati fonte e autore: Graziano Frigeri, Blog Euronorma (www.euronorma.it/blog)

autore: Graziano Frigeri

COMMENTI

  • Ciao Graziano.
    Ho letto con interesse le Tue riflessioni, come sempre puntuali e competenti, che ovviamente condivido pienamente.
    Il mio commento?

    Motivatori competenti CERCASI.

    Un caro saluto
    luca

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