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LA DEFINITIVA SCONFITTA DELLO STRESS LAVORO CORRELATO: UN SUCCESSO TUTTO ITALIANO!
[03/02/2014]

LA DEFINITIVA SCONFITTA DELLO STRESS LAVORO CORRELATO: UN SUCCESSO TUTTO ITALIANO!
Di Graziano Frigeri

Introduzione

Secondo l’ Agenzia Europea per la Salute e la Sicurezza del Lavoro, “Lo stress è il secondo problema di salute legato all’attività lavorativa riferito più frequentemente e colpisce il 22% dei lavoratori dei 27 Stati membri dell’UE (dati del 2005)”.
Sempre secondo l’Agenzia Europea, tale dato è destinato nel tempo ad aumentare. In base alle stime più recenti, la percentuale di lavoratori esposti a rischio di stress lavoro correlato si aggirerebbe tra il 27% ed il 30% dell’intera forza lavoro nella Unione Europea, corrispondente in termini assoluti, adottando un atteggiamento prudenziale, a circa 54 milioni di lavoratori: poco meno dell’intera popolazione italiana.
Ma le Istituzioni e le Sanitarie italiane, i Sindacati e le Associazioni di Categoria, coloro che si occupano professionalmente di salute lavorativa e, soprattutto, i lavoratori italiani, possono tirare più di un sospiro di sollievo, e hanno motivo di provare autentico orgoglio nazionale: dei 54 milioni di lavoratori europei esposti a rischio di stress lavoro correlato, nemmeno uno si trova in Italia: lo certificano in modo inoppugnabile le migliaia di valutazioni del rischio da stress lavoro correlato effettuate dai datori di lavoro, coadiuvati dai loro consulenti (RSPP, Medici Competenti, Psicologi del Lavoro), seguendo rigorosamente il “percorso metodologico” suggerito dalle indicazioni fornite dalla Commissione Consultiva ex art. 6 del D.Lgs. 81/08 nel novembre 2010.

Discussione

Il percorso metodologico definito dalla Commissione, ripreso e fatto proprio dall’INAIL nel “Manuale ad uso delle Aziende in attuazione del D.Lgs. 81/08 e s.m.i.” edizione 2011 (che aveva recuperato e modificato, uniformandolo al “percorso”, un precedente manuale ISPESL, a sua volta ripreso da analogo protocollo inglese edito dal HSE, che peraltro in UK non ha avuto alcun utilizzo concreto nelle Aziende) prevede, in sintesi, i seguenti step:

1) Valutazione preliminare “oggettiva” condotta prendendo in esame “indicatori di rischio da stress lavoro-correlato “oggettivi e verificabili e ove possibile numericamente apprezzabili” , valutati mediante “liste di controllo applicabili anche dai soggetti aziendali della prevenzione”.
Sulla base di questa modalità di valutazione, che per definizione non tiene conto della percezione soggettiva dei lavoratori, sia singolarmente che come popolazione, il percorso, assicurano gli autori, è in grado di determinare l’esistenza, ed il livello, del rischio da stress lavoro correlato.
Gli autori, in pratica, sebbene l’accordo europeo del 2004 espressamente citato dall’art. 28 come norma guida per la valutazione affermi che lo stress consiste in “una condizione, accompagnata da sofferenze o disfunzioni fisiche, psichiche, psicologiche o sociali, che scaturisce dalla sensazione individuale di non essere in grado di rispondere alle richieste o di non essere all’altezza delle aspettative” hanno ritenuto che, in prima battuta, la percezione soggettiva dei lavoratori in ordine alle situazioni possibili fonti di rischio da stress lavoro correlato non fosse un elemento meritevole di essere presa in considerazione.
Hanno invece ritenuto che il solo esame, mediante liste di controllo, degli indicatori di rischio “misurabili” sia sufficiente a definire il livello di stress lavoro correlato cui sono soggetti i lavoratori.
Nel caso la valutazione abbia “esito negativo”, vale a dire nel caso in cui i livelli di stress lavoro correlato così determinati si rivelino insignificanti, nessuna ulteriore azione è richiesta al datore di lavoro, salvo il monitoraggio periodico con le stesse procedure.

Nel caso invece la valutazione preliminare abbia un “esito positivo”, cioè emergano elementi di rischio “tali da richiedere il ricorso ad azioni correttive, si procede alla pianificazione ed alla adozione degli opportuni interventi correttivi”.

2) Solamente se questi ultimi si rilevano inefficaci, si passa alla valutazione successiva, cosiddetta “valutazione approfondita” e, a solo questo punto, si può prende in considerazione quella che l’accordo europeo identifica come l’unità di misura dello stress lavoro correlato, cioè “la percezione soggettiva dei lavoratori”.

Risultati

Nella realtà italiana, a fronte di un limitato numero di casi in cui si è proceduto fin dal principio a prendere in considerazione con vari strumenti (interviste, focus group, questionari) la percezione soggettiva dei lavoratori nel processo di valutazione del rischio da stress lavoro correlato, nella stragrande maggioranza dei casi, la valutazione è stata condotta seguendo il percorso indicato dalla Commissione.
A distanza di oltre cinque anni dalla emanazione del D.Lgs. 81/08 che, per la prima volta, indicò espressamente lo stress lavoro correlato come uno dei fattori di rischio da prendere in considerazione nel processo di valutazione, ed a oltre 3 anni dalla emanazione delle indicazioni della Commissione relativamente al percorso riassunto sopra, è possibile trarre un primo bilancio sufficientemente preciso della situazione.
Sulla base delle migliaia di documenti di valutazione dei rischi redatti nella maggior parte delle aziende italiane di piccola media e grande dimensione, possiamo affermare con orgoglio che lo stress lavoro correlato si presenta pressoché dappertutto a livelli bassi o francamente inesistenti.
Nei pochissimi casi in cui siano stati evidenziati isole di livello “medio” (colorazione gialla secondo il manuale INAIL) le misure prontamente adottate dai datori di lavoro hanno prodotto la riconduzione dei livelli di rischio in area verde, non dovendosi pertanto ricorrere in pressoché nessun caso alla fase della “valutazione approfondita”.

Conclusioni.

1) L’applicazione su vasta scala del percorso indicato dalla Commissione nel novembre 2013 ha permesso di accertare, in soli tre anni, che il rischio da stress lavoro correlato in Italia è pressoché insistente. Nei rarissimi casi in cui in base alla valutazione preliminare sui dati “misurabili” ha evidenziato un rischio medio, le misure prontamente messe in atto dai datori di lavoro hanno azzerato o comunque ridotto ai minimi termini il rischio.

2) Il percorso metodologico sopra indicato, ed il successo straordinario da esso ottenuto, si fonda sull’assunto che, contrariamente a quanto generalmente finora riconosciuto a livello scientifico e ripreso anche dall’accordo europeo del 2004, la rilevazione della percezione soggettiva dei lavoratori per la determinazione dei livelli di stress lavoro correlato non sia rilevante per affrontare il problema, ma possa tuttavia essere presa in considerazione in un secondo tempo, a fronte di un eventuale insuccesso delle fasi precedenti; insuccesso peraltro, visiti i risultati ampiamente positivi, del tutto improbabile.

3) L’esperienza italiana, che ha permesso in soli tre anni di debellare un fattore di rischio che nel resto d’Europa costituisce un problema sanitario e sociale di rilevanza drammatica, andrebbe fatta propria dall’ EU-OSHA e senz’altro proposta come standard di riferimento per tutti i Paesi dell’Unione.
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La riproduzione del presente articolo è libera purché siano citati fonte e autore: Graziano Frigeri, Blog Euronorma (www.euronorma.it/blog)

autore: Graziano Frigeri

In evidenza:

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COMMENTI

    • Purtroppo no! In base ai risultati delle valutazioni fatte con il “metodo” messo a punto dalla “Commissione ex art. 6 del D.Lgs. 81/08” lo stress lavoro correlato in Italia non esiste. In realtà gli strumenti appropriati esistono anche in Italia (uno di questi ad esempio, è anche il nostro “Protocollo Eur&Ka). Ma, come ha giustamente osservato il Collega Psicologo del Lavoro Andrea Cirincione sulla nostra pagina Facebook in merito allo stesso tema, per far sparire “ufficialmente” la febbre si può agire in due modi: prendere la Tachipirina….oppure truccare il termometro. La Commissione ha scelto di truccare il termometro, e questo è il risultato! La questione fondamentale, e l’errore capitale (deliberatamente commesso dalla Commissione) è considerare la percezione soggettiva “accessoria” e fondare la valutazione su “fatti oggettivi”. A parte che i “fatti oggettivi” non sono segnali di rischio ma di danno (cosi come la perdita uditiva non è un segnale di rischio del rumore, ma un effetto!) lo stress, compreso quello lavoro correlato, non è quello che “oggettivamente” si vede, ma ciò che “soggettivamente” si percepisce. L’abilità del valutatore sta nell’usare i metodi corretti per misurare la percezione soggettiva della popolazione lavorativa. Ma poiché si voleva formalmente adempiere ad un obbligo “europeo” ma nella sostanza non analizzare il rischio, si è costruito quell’obbrobrio metodologico rappresentato dagli “indirizzi della Commissione”. Addirittura INAIL ha deciso di “aggiornare” la guida ISPESL, che prevedeva la valutazione della percezione soggettiva, nella “Guida INAIL” allineata all’obbrobrio di cui sopra.

      • ciao Graziano.
        Oltre ad esprimerti il mio pieno apprezzamento per il tuo articolo, sottopongo una riflessione per “andare avanti”. Proviamo a condividere anche i “pezzi” di esperienza che vanno nella direzione opposta al negazionismo corrente. Evitando che questo si riduca a proporre questo o quell’altro pacchetto chiavi in mano. Io qualcuno di questi pezzi ce l’avrei. In particolare sul mix esplosivo INFORMAZIONE / FORMAZIONE. Se questa proposta suscita un qualche interesse, proverò a rappresentare i miei “pezzi” in un prossimo post. a presto. Emilio Volturo

        • Ciao Emilio,
          Grazie per l’apprezzamento. Ovviamente la mia denuncia non vorrebbe essere fine a sé stessa: se da questa originasse un “movimento” che rimedia (…mi viene in mente, mutatis mutandis, “rimedia ’91”..ricordi?) allo scempio esistente, ben felice! Quindi metti insieme i tuoi “pezzi” e rendimi partecipe, io per parte mia ci metterò del mio per quel che so e posso.
          Aspetto tue notizie.

          Ciao

          Graziano

          • ok Graziano, ecco un primo contributo per “aprire le danze”, partendo da alcune riflessioni di carattere generale:

            1. Lo “stress negato” crea – e creerà sempre di più – grossi problemi alle imprese, anche in termini di clima aziendale e di costi. Un adempimento formale dell’obbligo non può che peggiorare la situazione.
            2. Un percorso EFFICACE deve necessariamente comprendere il coinvolgimento dei lavoratori.
            3. Va abolito il gettonatissimo binomio “oggettivo-soggettivo”. Non c’è niente di più soggettivo dell’interpretazione dei “dati”, e nulla di più oggettivo della percezione dei lavoratori.
            4. Mai come in questo caso va dimenticato il nefasto neologismo INFO-FORMAZIONE, che ha già fatto abbastanza danni. Nel caso dello stress lavoro correlato – ancora di più – il percorso informativo e quello formativo devono essere nettissimamente distinti, perfino sul piano dei tempi di realizzazione.
            In nome dei sacri principi della comunicazione on line, mi fermo qui; sono già stato troppo prolisso.
            Al prossimo post una più puntuale riflessione sul punto 4.
            cari saluti
            emilio volturo

  • Gentile Sig. Frigeri,
    in un’ottica di maggiore obiettività e credibilità, sarebbe opportuno che la risposta da Lei fornita al Sig. Cossu fosse inserita come parte integrante del Suo articolo.
    Cordiali Saluti.

    • Gentile Sig. Pasqui,
      La ringrazio del suggerimento, ma non concordo con Lei:l’articolo è, volutamente, ironico ma, come vede, suscita considerazioni molto serie. Quindi sembra aver centrato l’obiettivo e, per questa ragione, credo sia giusto lasciarlo nel testo originale.

      Con simpatia

      Graziano Frigeri

  • ottimo intervento, Frigeri. Anche -come dev’essere- nel tono, tra l’amaro e il sarcastico.
    Il problema in effetti è enorme. Solo la maldestra italica astuzia è convinta di averlo rimosso. Chi,tuttavia, ritenga di averla facilmente “sfangata”, è destinato a cominciare ad avere sorprese: gli organi di vigilanza (anche seguendo i diversi piani della prevenzione) focalizzeranno una loro azione nel considerare la correttezza della valutazione del rischio da stress L-C.
    Questo, sul piano -diciamo- repressivo. Sul piano della politica della prevenzione, penso che si dovrà riconsiderare complessivamente il problema. Avendo chiaro che il nocciolo duro del confronto (e della contrattazione) è rappresentato dall’organizzazione del lavoro.

    • Grazie Ferrari! Lei dice che gli organi di vigilanza provvederanno? Vedremo…per ora vuoto assoluto, anche per colpa della Commissione che ha stabilito una data di inizio della valutazione…ma non una data di ultimazione della stessa!!! Staremo a vedere, spero che abbia ragione lei, per i lavoratori prima di tutto, ma anche per tutto coloro che finora hanno cercato di lavorare seriamente anche in questo campo.

  • Buongiorno,

    ogni volta che in aula affronto la questione dello Stress Lavoro Correlato lo faccio sempre con un certo imbarazzo… il termine da me utilizzato era “norma a maglie larghe” già riferito al divario tra la valutazione preliminare e la valutazione approfondita; qui trovo riscontro a quanto da me elaborato anche se non mai esternato… 😉

    Ho provato a cercare il gruppo Facebook citato in risposta a Paolo Cossu ma non sono riuscito a individuarlo. Potrebbe gentilmente fornire il link?

    Cordiali saluti

    Marco Parodi (RSPP)

  • Io ho utilizzato le linee guida per effettuare la valutazione dello stress in più di 30 aziende e, sinceramente, le ho sempre considerate solo ed unicamente “linee guida”. Ho lavorato con il medico del lavoro, con il supporto delle sue cartelle cliniche; abbiamo istituito uno sportello ascolto; formato i lavoratori sul concetto di eustress e distress; ma soprattutto abbiamo studiato ritmi, turni di lavoro, sistemi di avanzamento di carriera e, non ultimo, i rischi legati alla cassa integrazione e mobilità.
    Se si utilizzano unicamente le schede fornite dal modello di riferimento (è raro che in qualche azienda si arrivi ad un livello di stress medio o alto)
    Ma se si fanno approfondimenti con altri metodi e suddivisi per reparti, i livelli alti li troviamo nei commerciali, capi operai, centralinisti ed amministrativi.
    Un’ ultima considerazione, lo stress ormai non è lavorare, ma rimanere disoccupati! Ed in Italia i numeri sono in crescita!
    Saluti 🙂
    Patrizia

  • Avendo lavorato come medico competente in aziende (ella stragrande maggioranza dei casi piccole e medie aziende)dove tali valutazioni sono state fatte posso dire che la valutazione si è arrestata nelle fase preliminare. Il gruppo ristretto che valutava il fenomeno era composto dal rspp , talvolta anche dal datore di lavoro , e da un rappresentante dei lavoratori ed anche dal medico
    ( ma non sempre…) e la tendenza era quella ” di truccare il termometro”.In ogni caso è evidente che lo stress in tali realtà non è sentito come problema principale, però questo non significa che non ci sia .

    • Vede, per molti aspetti è qualcosa di simile al rischio chimico, che quasi sempre una volta veniva definito “moderato” e ora “basso per la sicurezza e irrilevante per la salute” non sulla base di una reale e seria valutazione, ma per paura di chissà quali “sanzioni” o, peggio, per risparmiare sulla sorveglianza sanitaria. Solo che con lo stress il modo di “truccare le carte” l’ha suggerito direttamente la Commissione ex art. 6!!

  • Insomma, c’è ben poco da cantare vittoria, direi che è tutt’altro un successo!
    A distanza di quasi 10 anni dall’Accordo europeo, oltre cinque anni dal D.Lgs 81/2008 e da oltre 3 anni dalle indicazioni della Commissione, siamo ancora qui a valutare lo Stress Lavoro Correlato sulla base di indicatori oggettivi come propedeutici a quelli soggettivi. Insomma, si continua a nascondere la polvere sotto lo zerbino per farci credere che tutto attorno sia pulito.

    Grazie Graziano, un bel post ironico (tragicomico direi) e provocatorio.
    Marco Pontalti

    PS. per ulteriori approfondimenti, potrebbe gentilmente fornirci link(s) della(e) fonte(i) da dove ha tratto queste sue considerazioni? Grazie mille!

    • Grazie! Le fonti sui dati europei sono reperibili sul sito EU-OSHA. Quelle sui “dati” italiani derivano da diverse migliaia di documenti da me visionati dal 2008 al 2013….attività molto stressante!!!

  • Gentile Dott. Frigeri ho tirato un sospiro di sollievo :).

    Mi occupo ormai da diversi anni di SLC in ambito accademico (sono un laureando in psicologia del lavoro e delle organizzazioni), sono un rappresentante sindacale e anche in quest’ambito mi sono interessato con partecipazione a convegni. Da ricerche elaborate da enti indipendenti e qualificati sono emersi dati tutt’altro che soddisfacenti. Nella stessa azienda in cui lavoro, per la mia categoria è merso un ‘moderato’ rischio stress (giallo), ma a questa rilevazione non è seguito nessun intervento nè da parte dell’organizzazione nè un approfondimento a livello individuale da parte degli esperti esterni.

    • Paura eh….? :-)..In effetti anche qualcun altro mi ha scritto chiedendo se scherzavo o dicevo sul serio…il che significa che il problema è realmente drammatico!

  • Caro Frigeri,
    la ringrazio di questo suo lucido e gradito intervento, che contribuisce a diffondere consapevolezza sulla fallacia delle Linee Guida Inail e sull’ “approccio italiano” allo stress L-C.
    Letti i post che il suo articolo ha sollecitato, mi permetto di segnalare due scritti in cui le questioni in oggetto venivano poste in tutta evidenza:
    1) Lavoro e salute. Approcci e strumenti per la prevenzione dello stress e la promozione del benessere al lavoro
    a cura di Tommaso M. Fabbri e Ylenia Curzi, Collana della Fondazione Marco Biagi, Giappichelli, 2012
    2) Lo stress lavoro-correlato: dalla valutazione alle misure organizzative di prevenzione, di Ylenia Curzi, Tommaso M. Fabbri e Christian Nardella, Quaderni della Fondazione Marco Biagi n.6/2014.
    Inoltre, sul prossimo atteggiamento della giurisprudenza in materia di stress L-C mi permetto di segnalare un intervento della prof.ssa Nunin al Convegno “Organizzazione del lavoro e stress lavoro-correlato. Un contributo applicativo per le aziende, tenutosi a Modena il 26 Settembre 2013.

    Cordialmente,
    Tommaso M. Fabbri

    • Caro Fabbri, ringrazio per l’apprezzamento e anche per la segnalazione, cui non mancherò di prestare la dovuta attenzione.
      Saluti
      G. Frigeri

  • Gentile Dott. Frigeri,
    Ho letto questo Suo onesto e puntuale articolo e per questo desidero prima ringraziare e poi complimentarmi.
    Tuttavia, sapendo di vivere e lavorare – per fortuna – in Italia, non sono rimasto molto sorpreso per gli svariati motivi a tutti noti ma non è di questo che volevo parlare.
    Sono anch’io convinto che lo stress è soggettivo ed il mio contributo vorrei dedicarlo al tema della prevenzione postando questa domanda: qualora un soggetto dovesse ritenere di non poter più continuare a rimanere in una situazione a lui dannosa, cosa potrebbe fare in concreto per rimediare e quindi prevenire l’eventuale SLC? A chi potrebbe rivolgersi il singolo lavoratore con serenità e certezza di risultati dovendo anche tutelarsi nell’esposizione economica e quant’altro? Siamo certi che nel nostro paese un singolo lavoratore che si ritenesse non tutelato dall’ambiente e dall’organizzazione di lavoro in cui è inserito stabilmente potrebbe difendersi e tutelarsi da solo? A chi rivolgersi e con quali garanzie? Grazie.

    • Gentile Sig. Scarpino,
      La ringrazio per i complimenti. In merito alle questione da lei poste, la legislazione italiana in realtà offre gli strumenti per rispondere: una corretta valutazione dei rischi, che si fondi sulla corretta e puntuale rilevazione della percezione soggettiva della popolazione lavorativa, è in grado di individuare le criticità e le misure per porvi rimedio. Per i casi singoli, pure contemplati dalla legge in merito agli obblighi del datore di lavoro (art. 18 comma 1 lett. c) esistono specifici strumenti di tutela: dalla figura del RLS, cui tutti i lavoratori possono rivolgersi, al medico competente che, anche in base alle norme di legge (art. 41) è tenuto a prendere in considerazione le richieste di visita medica dei lavoratori quando le motivazioni siano connesse ai rischi professionali, e valutato il caso può prescrivere misure (art. 42) che il datore di lavoro è tenuto a mettere in atto.
      Preliminare a tutto però, e questo è il senso dell’articolo, è una corretta valutazione del rischio.

      Cordiali Saluti

      • Ringrazio per la puntuale risposta e mi scuso per questa replica che avrei voluto davvero evitare. La mia domanda, come si legge sopra, cercava di spostare l’attenzione sulla prevenzione introducendo il concetto di “benessere organizzativo”.
        Ora, gli obblighi di cui ai vari artt. del D.lgs 81.08 sono noti, così come sono note le nuove procedure standardizzate per la valutazione di tutti i rischi di cui al D.I. del 30.11.12.
        La Sua risposta Dr. Frigeri ribadisce la necessità di una corretta valutazione preliminare del rischio. Bene, mi permetto però di osservare che non credo risolva il problema nella sostanza. Personalmente non credo che i “compilatori” di DVR siano per davvero tutti all’altezza di questo importante delicato compito. Dovendo valutare tutti i rischi presenti (e sono davvero tantissimi … ), alla fine non si dedicano al problema rischio SLC. Non credo che tutti i RR.LL.S. (in sede di stesura DVR ma non solo … ) ascoltino ed analizzano ciò che gli viene “oggettivamente” presentato dai lavoratori tutti anche in tema di rischio SLC. A volte, soprattutto nel P.I., i RR.LL.S. non ne hanno la competenza.
        Sappiamo che l’Italia non è certamente un paese in deficit di norme, però è anche vero che gli incidenti accadono, e purtroppo sono tanti, non sappiamo quanti di questi si sarebbero potuti evitare se per davvero ci fosse stata a monte un corretta ed attenta preliminare valutazione del rischio in generale ed in questo caso del rischio SLC? Questo nessuno può saperlo.
        A mio parere, prevenire (ma per davvero e non traendo conclusioni dalla lettura dei DVR) fattori di rischi SLC e quindi affrontando l’organizzazione del lavoro unitamente alla gestione delle RR.UU. nel modo più logico e funzionale rispetto alle competenze e funzioni di ognuno, farebbe molta prevenzione. Segnalare un potenziale incidente dovrebbe essere buona prassi da seguire da parte di tutti. Ma queste cose sarebbero fattibili se si potesse realizzare nel concreto un serio coinvolgimento vero e responsabile da parte dell’intera forza lavoro, quelli che realmente operano e producono ma che purtroppo hanno la voce più bassa. Il confronto, il dialogo, la formazione, ricevere risposte certe dai dirigenti e che queste siano rispettose di legittimi quesiti, dirigenti che rispettino gli impegni presi, che rispettino i diritti di chi produce, la meritocrazia, tutto questo e molto altro ancora, dovrebbe essere pane quotidiano in tutti i posti produttivi. Come possiamo affermare che le montagne di carte italiane prodotte (e che poi nessuno legge tranne quando si verificano purtroppo incidenti dove si dovrà trovare il colpevole … ) alla fine realizzano la prevenzione?
        La prevenzione può verificarsi soltanto se si realizzassero comportamenti attivi da parte di tutta la forza lavoro e dei preposti nelle funzioni di responsabilità per cui sono assegnati. Questo, più che un problema di applicazione di norme è – a mio modesto avviso – un problema culturale. La parte cartacea è formalmente “a posto”, ma la realtà?
        Rispettoso dei commenti sopra, Sinceramente Ringrazio e Porgo un Cordialissimo Saluto.

  • Gentile dott. Frigeri,
    non ci volevo credere mentre leggevo le sue parole.. ma lavoro da anni con un associazione di categoria che redige documenti di valutazione dei rischi.. il rischio stress è magicamente sempre basso o inesistente. Cosa decisamente assurda.

    Per questo sto portando avanti una battaglia personale per far capire alle aziende che lo stress è un problema reale nei lavoratori, e che abbatterlo, diminuirlo o prevenirlo, può portare sicuramente benefici e guadagni.
    Per questo sto mettendo a punto un progetto chiamato Insight Tech che è un metodo EFFICACE per abbattere lo stress LC, sfruttando solamente la respirazione.
    So che sembra una cosa impossibile, ma lo stiamo testando tramite il cortisolo salivare e funziona.
    Ora devo “solo” farlo capire agli imprenditori italiani.. all’Inail ci ho già provato ma ho fallito.
    Spero che sentirà parlare in futuro di questo progetto e che, magari vorrà scriverne 2 righe in merito.
    Mi permetterò di invitarLa ad una conferenza stampa che stiamo organizzando per il 21 giugno prossimo.
    Ringraziandola per il suo lavoro, La saluto cordialmente.

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